Nel mondo romano ci si agghindava non solo con monili fabbricati in metallo, più o meno pregiato, ma anche con ornamenti realizzati in vetro.
Questo materiale non solo consentiva di imitare a costo ridotto le pietre preziose, ma richiamava anche, per la sua iridescenza, l’effetto lucente dei gioielli in oro, argento o bronzo.
Per i bracciali (armillae) potevano essere impiegate paste vitree di varie colorazioni. A partire dal III secolo d.C. venne tuttavia privilegiata la scelta del vetro di colore nero, che dava ai monili un aspetto molto simile a quelli prodotti in giaietto, una varietà di lignite usata per la gioielleria fin dalla Preistoria. Era quest’ultimo un materiale presumibilmente di valore non elevato, apprezzato nell’antichità per le sue proprietà magiche e terapeutiche.
Secondo una moda che si protrasse per un paio di secoli, fino al V sec. d.C., le officine vetrarie produssero armille nere, di solito a semplice verga liscia ma a volte di fattura più elaborata.
È possibile che la loro diffusione sia stata favorita dalla necessità di utilizzare, per la fabbricazione di oggetti d’ornamento, un materiale alternativo all’ambra, la preziosa resina fossile importata dal Baltico. Negli ultimi decenni del II secolo d.C. divenne infatti estremamente difficile per Aquileia rifornirsi di questa ricercata materia prima, dal momento che il flusso commerciale fu interrotto dalle guerre marcomanniche, combattute dall’esercito romano contro varie popolazioni dell’Europa continentale.
La particolare foggia dei bracciali di pasta vitrea scura ci è nota per lo più grazie a rinvenimenti a carattere funerario: le armille risultano inserite tra gli oggetti di corredo in sepolture sia femminili che infantili. È probabile che da contesti tombali provengano anche i tre esemplari esposti nel Museo, uno dei quali finemente decorato; essi sono stati rinvenuti in due dei più importanti siti archeologici della Laguna: l’Isola dei Bioni e Piere d’Isela.